E' con il cristianesimo che l'amicizia si ridimensiona in favore dell'amore. Dio è "padre" amoroso; è amore e, scrive Sant'Agostino, "non si può amare l'amore, se non si ama chi ama". Non si può amare Dio, se non si amano gli uomini. Questa concezione universale dell'amore dà nuova forza anche all'amore dei poeti, i quali trasformano l'amore da fenomeno umano a fenomeno cosmico, e la donna, "luce" in Guittone e in Cavalcanti, "miracol" in Dante, "sole" in Petrarca diventa il tutto, l'unica beatitudine, l'amore assoluto, capace di elevare l'uomo a Dio: "la bella donna ch'al ciel t'avvalora" (Dante).
In Roma antica l'amore dei poeti è cosa diversa: la donna è desiderio, seduzione carnale, fonte di passione terrena; il poeta-amante è colui che soffre le pene d'amore: la sua poesia non è che denuncia di sofferenza, non è che pianto per una donna che egli ha o ha avuto, ma che vorrebbe tutta per lui. Questa è l'elegia. Una stagione straordinaria e brevissima della letteratura latina.
Un'aspirazione del poeta elegiaco è uscire dal sentimento amoroso come fine di tutti i propri tormenti. Ma egli sa che senza la passione amorosa verrebbe meno la sua stessa ragione di poesia. Egli è pertanto un malato consapevole, che rifiuta la cura per continuare a essere poeta.
In due brindisi, Tibullo e Properzio ricorrono al vino proprio in accezione elegiaca. Il vino è farmaco provvisorio contro le pene d'amore, rimedio non totale contro gli attacchi della furia passionale: breve e caduca liberazione dalla "superbia della folle Venere", da cui però il poeta elegiaco non sa e non può staccarsi, senza negare se stesso.
TIBULLO (55/50 a.C. - 19/18 a.C.)
1.c.II
Aggiungi vino, manda via col vino
i nuovi affanni, sì che il sonno venga
su me stanco e gli occhi miei ricopra.
Nessuno mi risvegli mentre sono
nel vino immerso e l'infelice amore
s'acqueta. La mia donna è sottoposta
a rigida custodia: dura spranga
chiude la porta solida. Ti possa
battere la tempesta, ardere il fulmine
di Giove, o porta di un padrone burbero!
Apriti, porta, vinta dai lamenti,
a me soltanto, e aprendoti furtiva
non far rumore il cardine volgendo...
PROPERZIO (50 a.C. - 16/15 a.C.)
Liber 3. XVII
Ora, o Bacco, mi prostro alle tue are,
umile: spira tu, placato, o padre,
alle mie vele un vento favorevole.
Tu puoi frenare della folle Venere
la superbia; gli affanni nel tuo vino
trovano requie. Tu gli amanti unisci
e dividi: da questo male scioglimi,
o Bacco.
Testo e ricerche Luigi Borgo - copyright Santa Margherita S.p.a.
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