"Versate amici il nettare divino!/Bruna è la notte, e la face scintilla:/ spumeggi in cor coll'ispirato vino/ la musa brilla!/ Splende la face e s'avvicina il giorno;/ nei colmi nappi un'anima s'asconde;/ versate, amici, e danzatemi intorno/ e brune e bionde!/… Brindisi ad essi, e agli angeli dei cieli,/ brindisi al sole, e agli astri pellegrini,/ brindisi al mare, al fulmine, e agli steli/ dei fiorellini!
Siamo in chiusura e Orgia di Emilio Praga non è la sola omissione. Dobbiamo scusarci per Poe, Chesterton, Neruda, Steinbeck; per il brindisi musicale dell'Otello, "Inaffia l'ugola!", per quelli dei madrigalisti tedeschi del '500; per i brindisi pittorici di Jeaurat Il poeta Piron a tavola con i suoi amici Vadé e Collé, di Tauri La cantina degli dei, per quelli del convito bacchico di Giulio Romano al Palazzo Te di Mantova; per i tanti, di cui non sappiamo nulla. Per quanto possa essere circoscritto il tema di una ricerca, la fine di un libro non corrisponde mai con l'esaurirsi della materia. Il tema del brindisi, poi, è solo apparentemente ristretto. C'era da aspettarselo. Partendo dal presupposto, che è nostro, secondo cui le arti contengono tutto l'umano, dovevamo prevedere che il numero dei brindisi dell'arte fosse proporzionale a quello dei brindisi tout court. Quanti brindisi abbiamo pronunciato, condiviso, partecipato in vita nostra?
Abbiamo brindato seduti come Rembrandt o in piedi come nel sonetto di Alfieri, levando alto il calice come nelle scene corali di Jordaens o la coppa come la Baccante romana, oppure come Caravaggio o Velazquez, tenendo coppa e calice bassi; abbiamo brindato facendo tintinnare i calici come Shakespeare, e nelle fumose taverne dei goliardi, con persone di altri paesi come i marinai di Ramusio; abbiamo brindato alla dea fortuna, come gli antichi, all'amico, come Orazio, ai giorni futuri, come tutti. Da più di cinquemila anni si brinda così. Chi conosce il vino, sentenzia Rabelais, conosce la parola trink.
Difatto sono poche, pochissime le varianti del rito. La letteratura, la musica, l'arte non ne danno quasi testimonianza. Per conoscerne alcune si deve ricorrere alle tradizioni popolari. Nei matrimoni tra ebrei, per esempio, si usa rompere il bicchiere dopo il brindisi a ricordo della distruzione del tempio di Gerusalemme. La stessa azione la si trova tra i popoli di religione ortodossa. Qui però cambia il valore simbolico. Per alcuni la rottura del bicchiere evoca la fine della vita celibe; per altri è l'anticipazione della lacerazione dell'imene della sposa. Il costume russo di lanciare all'indietro il bicchiere è spiegato come il gesto di liberarsi della ragione per cui si è brindato, in modo da lasciare spazio a un altro brindisi, a un'altra gioia. L'uso, abbastanza diffuso tra le popolazioni germaniche, di brindare guardandosi negli occhi, assume il significato di una partecipazione intensa e leale nell'augurarsi reciproca salute e fortuna. In Cecoslovacchia questo brindisi è riservato ai maschi. Tra ragazzi e ragazze si usa invece brindare tenendosi mano nella mano e con la sinistra bere. La valenza simbolica non dovrebbe essere diversa da quella precedente. Un riferimento più marcato all'unione nuziale è il brindisi, diffuso soprattutto nel sud, di bere con le braccia intrecciate tra sposo e sposa.
Nella maggioranza dei casi tuttavia il brindisi si è svilito a rito meccanico. Gesto e parole hanno perso di significato. Le ragioni profonde del brindare non si riconoscono più, e il brindisi è diventato frase fatta, luogo comune, automatismo dell'inizio a bere. Cin cin, alasanté (à la santé), prosit (dal latino prodesse = giovare), lo stesso intelligibilissimo salute (impiegato tanto nei brindisi quanto dopo uno starnuto) sono usati a memoria, passivamente.
Di Cin Cin si sa che deriva dall'inglese chin chin, a sua volta derivato dal cinese ch'ing ch'ing, il cui significato è prego prego. Furono i marinai inglesi a introdurlo in Europa. Migliorini per primo lo interpretò come parola onomatopeica, atta a riprodurre il suono dei due bicchieri che cozzano tra loro. Un'altra parola onomatopeica è usata nel brindisi polacco. Bevendo d'un fiato, gettando la testa indietro, si dice bach! quasi a riprodurre il suono della lingua schiacciata contro il palato.
Studi etnologici sul brindisi non sono stati ancora compiuti. O almeno non risultano nel vasto catalogo della biblioteca La Vigna di Vicenza, seconda al mondo, dopo quella di Berkeley (California), nella raccolta di libri sul vino. Vi è invece una ricca collezione di brindisi popolari, occasionali e di nessun valore letterario, pubblicati durante le Feste dell'Uva, promosse dal regime fascista. Fa eccezione un brindisi in lingua spagnola, tra i più belli che io conosca: "Amor, salud y plata, y el tiempo para gustarlos". La sua bellezza è tutta nella sua saggezza. Potrebbe eleggersi a sintesi dei tanti brindisi colti, fin qui letti. Vi si augura l'amore, la salute e il denaro, ma non si dimentica di augurare il tempo libero, senza il quale né l'amore, né la salute, né il denaro valgono alcunché. Con rare eccezioni pare che tutto l'umano abbia trovato almeno una volta espressione in un brindisi. Sia esso atto letterario quanto nostro di ogni giorno, il brindisi ci lega ad un rituale antichissimo e ancestrale dei popoli, attraverso il quale il dono di bere vino si unisce ai nostri pensieri, alle nostre speranze, al nostro bisogno di "salute", cioè di "salvezza", poiché "nel brindisi è la salvezza" come ha scritto Vittorio Sgarbi nell'introduzione che accompagna la versione cartacea di questa ricerca.
Potremmo concludere con un'ipotesi. Uno studio francese ha dimostrato che sono più di quaranta i santi protettori del vino. Quello del brindisi potrebbe essere identificato in San Vincenzo. Era tradizione comporre dei giochi di parole con il suo nome. Alcuni di questi pare evochino proprio il brindare, come vin-cent, ossia l'augurio di bere per cent'anni, che si legge anche nell'Enrico IV di Shakespeare "io bevo all'amor mio caro, cuor contento cent'anni camperà!", e O vincent O, che si trovava sulle insegne dei cabaret e che si poteva leggere au vin sans eau e quindi interpretare, lunga vita "alla taverna del vino senz'acqua".
L'ultima riga spetta a Pushkin e al suo brindisi, poiché, se questo libro può scegliersi un brindisi, questo è il suo:
"Gettiamo via gli affanni!
Scorri vino in un fiume di schiuma
in onore di Bacco, delle muse, della bellezza".
Testo e ricerche Luigi Borgo - copyright Santa Margherita S.p.a.
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