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L'eta' d'oro del brindisi I

Shakespeare e Alfieri segnano gli estremi cronologici del Seicento/Settecento. Se uno apre, l'altro chiude il bicentenario d'oro del brindisi. Tra il XVII e il XVIII secolo tanti e tantissimi minori, composero brindisi. Fu una vera e propria moda, al cui vertice c'è il Bacco in Toscana di Francesco Redi, concepito da un non precisato stravizzo della Crusca, la sera del 12 settembre 1666. Redi fu un personaggio insigne del suo tempo. Fu primo medico di corte, ma fu anche protofisico granducale e tra i più attivi, nell'Accademia del Cimento, (1657 - 1667) allora protetta dal principe Leopoldo e dal granduca di Toscana Ferdinando, a mantenere vivo il magistero galileiano. Ovviamente, fu anche uomo di lettere.
Come tale, entrò tra i primi nell'Accademia della Crusca e lavorò al Vocabolario. Conosceva il greco, il latino, l'ebraico; qualcosa dell'arabo e dell'abissino. Si attivò come editore e come scopritore di testi. Ma fu anche poeta. La prima stesura de Il Bacco in Toscana contava 44 versi, ma 11 anni dopo, il 4 febbraio 1685, i versi erano saliti ai definitivi 980. Il componimento ebbe un successo strepitoso. Fu definito il capolavoro della poesia bacchica, il miglior ditirambo in lingua italiana, secondo la nuova moda poetica. Il ditirambo - canto corale in onore di Dioniso-Bacco - venne introdotto dal Chiabrera con il suo Ditirambo alla maniera dei Greci. Ma l'invenzione spetta alla letteratura francese e in particolare a Ronsard, Chant de folie à Bacchus. Il brindisi ha tutti i caratteri del nuovo genere: nessun legame di rima, versi brevi e lunghi per la libertà dell'invenzione, qua e là qualche grecismo. "Una misuratissima pazzia" lo definì il Pancrazi. Curioso è anche il modo con cui Redi giunge al brindisi. Il ditirambo inizia raccontando l'arrivo in Toscana da Oriente del dio del vino. Segue l'elogio delle proprietà del vino e in specie dei vini toscani. Celebre la definizione del vino come "oro potabile", mentre si critica il caffè, la birra, il "sidro d'Inghilterra", l'acqua, i sorbetti. Viva il vino e l'ebbrezza e il vivere spensierato, questo è il messaggio. Tuttavia, a furia di bere, la testa di Bacco inizia a girare e il terreno a tremargli sotto i piedi. Quando le cose stanno così, non si può che lasciare la terra e andare in mare. E questo fa Bacco. Il viaggio per mare, l'ebbrezza, il desiderio di bere ancora determina un continuo bisticcio tra Brindisi città, meta della navigazione, e brindisi di vino. Alla fine è il vomito a riequilibrare tutto e a permettergli di ricominciare a bere. Il ditirambo si conclude con l'enunciazione, tra il solenne e l'ironico, della verità divina: "ascolti questo altissimo decreto, / che Bassareo (Bacco) pronunzia, e gli dia fé: / Montepulciano d'ogni vino è il re".

2. FRANCESCO REDI (1626 - 1698)

Ditirambo di Bacco: brindisi

Quali strani capogiri
d'improvviso mi fan guerra?
Parmi proprio che la terra,
sotto i piè mi si raggiri;
ma se la terra comincia a tremare,
e traballando minaccia disastri,
lascio la terra, mi salvo nel mare.
Vara, vara quella gondola
più capace e ben fornita,
ch'è la nostra favorita.
Su questa nave,
che tempra ha di cristallo,
e pur non pave
del mar cruccioso il ballo,
io gir men voglio
per mio gentil diporto,
conforme io soglio,
di Brindisi nel porto;
purché sia carca
di brindisevol merce
questa mia barca.
Sù, voghiamo,
navighiamo
navighiamo infino a Brindisi:
Arianna, brindis, brindisi.
O bell'andare
per barca in mare,
verso la sera,
di primavera!
(…)
Sù, voghiamo
navighiamo infino a Brindisi:
Arianna, brindis, brindisi.
Passavoga, arranca, arranca,
ché la ciurma non si stanca,
anzi lieta si rinfranca
quando arranca inverso Brindisi;
Arianna, brindis, brindisi:
e se a te brindisi io fo,
perché a me faccia buon pro,
Ariannuccia vaguccia, belluccia,
cantami un poco, e ricantami tu,
sulla mandòla la cuccurucù,
la cuccurucù,
la cuccurucù;
(…)
Or qual nera, con fremiti orribili,
scatenossi tempesta fierissima.
(…)
Ecco, Ohimé! Ch'io mi mareggio:
e m'avveggio
che noi siamo tutti perduti:
ecco, Ohimè! che io faccio getto,
con grandissimo rammarico,
delle merci preziose,
delle merci mie vinose:
ma mi sento un po' più scarico.
Allegrezza, Allegrezza! Io già rimiro,
per apportar salute al legno infermo,
sull'antenna da prua muoversi in giro
l'oricrinite stelle di Santermo.
Ah! no no, non sono stelle;
son due belle,
fiasche gravide di buon vini;
i buon vini sono quegli che acquetano
le procelle si fosce e rubelle,
che nel lago del cor l'anime inquietano.
Satirelli
ricciutelli,
satirelli, or chi di voi
porgerà più pronto a noi
qualche nuovo smisurato
sterminato calicione,
sarà sempre il mio mignone:
né m'importa se un tal calice
sia d'avorio, o sia di salice
o sia d'oro arciricchissimo;
purché sia molto grandissimo.

Testo e ricerche Luigi Borgo - copyright Santa Margherita S.p.a.

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