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Brindisi tristissimi

Per il suo brindisi Pascoli ricorse a Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, (1, 103). Il saggio Anacarsi esprime una lapidaria definizione sugli effetti del vino.
I primi bicchieri sono un grande piacere, i successivi ti sollevano dai dispiaceri, poi, però, non bere più. Se vai oltre, cadrai ubriaco e da ubriaco ritorneranno nella tua mente quei dolori antichi, per cui hai già pianto. Il solito invito a bere con misura, cavallo di battaglia della classicità, diventa l'amara constatazione che l'uomo non ha rimedi contro le proprie sofferenze. Il mondo è dolore: "quest'atomo opaco del Male", dove tutto è mistero: "che vedi? Un vòto vortice, un niente". Questo breve brindisi è una piccola summa della poetica pascoliana.
La vita come "malattia mortale" (Kierkegaard), che diventerà il tema dominante di tutta la poesia contemporanea, fino alla celebre sintesi montaliana del "male di vivere", è presente in nuce nella brevissima esperienza poetica di Sergio Corazzini, morto di tisi a soli ventun'anni. Siamo all'inizio di quello che diventerà l'esistenzialismo, quel porre la morte a "cardine di ogni sistematica riflessione" (Contini). In Corazzini il tema della malattia, della condanna a morire è fortissimo.
Certo, ha il limite di essere legato ad un registro personale, non è ancora, come in Montale, stato universale. Tuttavia questa poesia, ascrivibile al genere crepuscolare (Gozzano, Moretti) ha delle intuizioni felici; su tutte, due: quella di essere testimonianza di un disagio esistenziale sofferto, e quella, relativa all'aspetto formale, di rappresentare una tra le prime prove di poesia prosaica. Corazzini, in pieno dannunzianesimo, riduce al minimo i toni lirici, aulici e in genere letterari della tradizione. Con Lucini e Govoni è tra i primi a servirsi del verso libero, che fu di Baudelaire e di Withmann.

11. GIOVANNI PASCOLI (1855 - 1912)

I tre grappoli, da Myricae

Ha tre, Giacinto, grappoli la vite.
Bevi del primo il limpido piacere;
bevi dell'altro l'oblio breve e mite;
e... più non bere:
ché sonno è il terzo, e con lo sguardo acuto
nel nero sonno vigila, da un canto,
sappi, il dolore; e alto grida un muto
pianto già pianto

14. SERGIO CORAZZINI (1886 - 1907)

Per organo di Barberia

Elemosina triste
di vecchie arie sperdute,
vanità di un'offerta
che nessuno raccoglie!
Primavera di foglie
in una via diserta!
Poveri ritornelli
che passano e ripassano
e sono come uccelli
di un cielo musicale!
Ariette d'ospedale
che ci sembra domandino
un'eco in elemosina!
Vedi: nessuno ascolta.
Sfogli la tua tristezza
monotona davanti
alla piccola casa
provinciale che dorme;
singhiozzi quel tuo brindisi
folle di agonizzanti
una seconda volta,
ritorni su' tuoi pianti
ostinati di povero
fanciullo incontentato,
e nessun ti ascolta.

Testo di Luigi Borgo - copyright Santa Margherita S.p.a.

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