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Roma Antica


SULLE DONNE E POI ANCORA SULL'AMORE

Che cosa aveva visto Ovidio di tanto grave, per cui Augusto, senza nemmeno fargli un processo, lo caccia da Roma? "Benché", scrive, "due colpe mi abbiano perduto, il carme e l'errore, per una di esse io debbo tacere; perché non ho il coraggio di rinnovare, o Cesare, le tue ferite, quando è già troppo l'averti una sola volta dato dolore". Ovidio manterrà per sempre l'impegno di tacere del suo errore. Nemmeno nei giorni più squallidi e disperati dell'esilio, egli ritorna sull'episodio.
Tuttavia, non è difficile capire che si tratta di un'offesa diretta alla persona di Augusto, più che un reato contro Roma. (Non altrimenti si spiega il desiderio di Augusto di mettere tutto al più presto a tacere, evitando perfino il processo, quasi ne temesse i clamori). Gli storici hanno creduto di trovare nel comportamento scandaloso delle due Giulie, figlia e nipote dell'imperatore, le ragioni dell'ordinanza, che nell'anno 8 d. C. obbliga il poeta all'esilio di Tomi. In quel luogo barbaro e triste e squallido, il suo "ingegno festoso" si spense irrimediabilmente. A Tomi non vi erano che guerrieri e mercanti e Ovidio, che a Roma era il poeta più ricercato dal bel mondo, che ringraziava il fato di essere nato in un'età lieta e lussuosa, cadde nel più nero sconforto.
Sia la figlia che la nipote di Augusto furono donne scostumate. Entrambe commisero in adulterio. Augusto fu costretto a punire anche loro con la pena dell'esilio. La figlia e la nipote del grande restauratore furono dissolute non meno di Clodia o di Sempronia, disprezzati simboli femminili di quel turbolento e nefando ultimo periodo dell'età repubblicana contro il quale Augusto aveva tanto lottato, o di Cleopatra, che Augusto aveva sconfitto, o di Didone, a cui gli dèi, favorevoli a Roma, avevano vietato l'amore di Enea. Ma che cosa condivideva Ovidio con le due Giulie? Direttamente, forse, nulla. Come poeta, invece, Augusto lo considerò il responsabile morale della dissolutezza di Roma, addirittura della dissolutezza morale della sua stessa casa.
Dietro a tutto questo, che pare la vendetta di un potente sovrano contro un "festoso cantore dei teneri amori", tradito dalla sua musa, c'è la medesima intelligenza: quella di chi, con il suo canto, ha visto giusto e quella di chi, da quel canto, ha compreso l'impossibilità del proprio progetto politico. Prima nell'Ars amandi, poi nei Remedia Amoris, Ovidio realizzò il ritratto dei costumi di Roma più fedele di quanto non lo fosse l'Eneide di Virgilio, o i Carmi di Orazio o i suoi stessi Fasti (poema in cui si onorano le feste e i riti religiosi dell'Impero), che Augusto aveva commissionato per la celebrazione del suo principato. In quelle due opere, quasi scherzi letterari, Ovidio aveva colto nel segno. L'amore non è mai esistito in Roma antica, né Augusto sarebbe mai riuscito ad imporlo.
Né il recupero del mos maiorm, né il tentativo di santificare il matrimonio con le leggi potevano restaurare i valori morali e religiosi dei tempi antichi. Per Lesbia e per Clodia Catullo, per Delia o per Nemesi Tibullo, per Cinzia Properzio, per Pirra, per Leuconoe, per Cloe o Lidia Orazio non sentono amore, ma solo la travolgente e inebriante passione di un amore allo stato iniziale. L'innamoramento insomma è il vero tema della poesia amorosa antica. Per Beatrice e per Laura è decisamente un altro amore.

OVIDIO (43 a.C. - 17 d.C.)

Tristium, 5, III.

E' questo il giorno, o Bacco, che i poeti
sogliono celebrarti, se non erro
su la data; si cingono di serti
odorosi le tempie e cantano inni
a tua lode, eccitati dal tuo vino.
Ero spesso con loro anch'io, ricordo,
finché lo consentiva il fato, e bene
accolto ero da te, io che ora sotto
l'Orsa Minore vivo qui sul lido
sarmatico vicino ai crudi Geti.
Io che prima scorrevo dolcemente
i giorni fra gli studi visitato
dalle Muse, ora lungi dalla patria
sono cinto dal suono d'armi getiche
dopo d'aver sul mare tanti mali
paziente sofferto e su la terra.
Sia che la sorte o l'ira degli dèi
m'abbia colpito, sia che alla mia nascita
foscamente guardato abbia la Parca,
avresti almeno tu dovuto assistere
uno solo, con tua divina forza,
fra i cultori dell'edera a te sacra.
O forse tutto quello che cantarono
le sorelle sovrane del destino
non è più nell'arbitrio degli dèi?
Anche tu per i meriti salisti
alle rocche del cielo che nessuno
senza grande fatica mai raggiunge.
Né sei rimasto in patria; ma venisti
alla spiaggia nevosa dello Strìmone,
ai Geti bellicosi, ai Persi, al Gange
dalla vasta corrente, fino all'acque
che beve l'Indo dalla bruna pelle.
A te questo le Parche filatrici
del destino cantarono due volte,
a te due volte nato. Anch'io, se lecito
è confrontarsi con gli dèi, da ferrea
sorte di travagliosa vita sono
oppresso. Né più lievemente caddi
io di colui che insuperbito Giove
ricacciò con la folgore da Tebe.
Ma quando udisti che percosso aveva
il fulmine un poeta, tu potevi,
memore di tua madre, impietosirti
di me, potevi intorno all'ara tua
i poeti guardando, dire: "Manca
uno dei mie cultori". O tu, buon Libero,
aiutami! Così possa la vite
appesantire l'olmo, esser di succo
ricolma l'uva; ti circondi fervida
di satiri la schiera e di baccanti,
ti esalti il loro strepito furente,
gravi su l'ossa di Licurgo ancora
la bipenne, né l'ombra empia di Pènteo
sia libera da pena, brilli eterna
della tua sposa in cielo la corona
e lo splendore vinca l'altre stelle.
Dolcissimo, avvicinati; solleva
la mia sorte, rammenta ch'io pur sono
uno dei tuoi. Esistono rapporti
fra numi. Tenta con la tua potenza,
o Bacco, di piegare la potenza
di Cesare. E voi, poeti, schiera
amica, unitevi alla mia preghiera
elevando la coppa. E quando alcuno
dei vostri ha udito il nome di Nasone,
mescoli il pianto al vino e ricordandosi
di me si guardi attorno, dica: "Ma
dov'è Nasone, che faceva or ora
parte del coro?". Voi potete dirlo,
se per la mia schiettezza ho meritato
il vostro plauso e se dal mio giudizio
non fu respinto nessun carme vostro,
se venerando degnamente l'opere
degli antichi ritengo che non sono
minori a quelle l'opere moderne.
Possa Apollo aiutare il vostro canto;
ma di me ricordatevi: è concesso.

Testo e ricerche Luigi Borgo - copyright Santa Margherita S.p.a.



 
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