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Brindisi
Roma Antica


IL BRINDISI AGLI AMICI

Destinatari di molti brindisi sono uomini potenti. Vi troviamo Mecenate, Messalla, Cesare (Caio Giulio Cesare Ottaviano, l'uno; Caio Giulio Cesare Proculo, l'altro). Sbaglieremmo, se considerassimo questi brindisi, o in genere le composizioni che li contengono, come parole adulatorie soltanto. E' indubbiamente vero: Orazio, Tibullo, Marziale sono stati aiutati e protetti da uomini come Mecenate, come Messalla, come Cesare Ottaviano, per cui spesso le loro parole sono inevitabilmente di riconoscenza a chi ha dato loro l'agio dell'otium, ma è anche vero che i poeti furono amici sinceri dei potenti e che i potenti seppero contraccambiare con pari forza la loro amicizia. Mai, dopo Roma, questo si verificò altrove.
Nessun'altra civiltà occidentale seppe esprimere il sentimento dell'amicizia come gli antichi. Si è scritto che in Grecia e in Roma il sentimento dell'amicizia fosse più nobile del sentimento amoroso e come solo in seguito con il cristianesimo questo canone si capovolse. Di fatto fu così. L'amicizia fu un valore supremo per gli antichi. Essi vi riconoscevano una ragione di felicità. Sentirsi parte di un gruppo, integrati in un affetto amicale profondo, era sentirsi essenzialmente felici.
Nell'VIII e nel IX libro dell'Etica Nicomachea, Aristotele spiega che l'amicizia non è attrazione per la bellezza dell'altro, o suo desiderio. L'amicizia è la selezione, nella moltitudine degli uomini, di un individuo, a cui riconosciamo una "concordia" e una "comunità" con noi. E' l'individuo eletto - ecco la "concordia" - nel nome di un'armonia, e non necessariamente di un'identità di opinioni; è colui in cui vediamo - ecco la "comunità" - un altro noi stessi.
Orazio, più di tutti, ci ha dato le parole e i fatti dell'amicizia: godere di una serena chiacchierata sotto la pergola, gustare un bicchiere di vino, magari non del prezioso Falerno, ma del più modesto Sabino, stare vicino all'amico, accanto al fuoco, e parlare con lui senza fretta. Quell'amico, "meae ... partem animae", scrive Orazio, che è la vera metà della mia anima. Chi crede nell'amicizia non può che concepire e sentire il vivere come dialettica, come continuo scambio di parole e di pensieri. L'amicizia, insomma, quale "fatalità", scrive Mengaldo, "e pathos e mimesi del cammino comune verso la morte".

ORAZIO (65 a.C. - 8 a.C.)

3. c. VIII

Vuota cento bicchieri, o Mecenate,
alla salute dell'amico salvo
e prolunga le vigili lucerne
fino all'aurora.
Ogni clamore ed ira stiano lungi;
dimentica le cure del governo:
l'esercito di Cotisone il Daco
è già caduto,
il Medo è lacerato dalle proprie
armi discordi, il Càntabro nemico
antico è stretto da catene tarde
sui lidi Ispani,
gli Sciti ormai con l'arco lento pensano
di ritirarsi nei prescritti termini:
interrompi un momento l'inquietudine
troppo ansiosa
per le pene del popolo e sii libero,
come un privato, da pensieri: prendi
i doni di quest'ora lieta e lascia
le cose gravi.


Testo e ricerche Luigi Borgo - copyright Santa Margherita S.p.a.



 
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