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LA STRANA TRADIZIONE DEL BRINDISI
Nella poesia in volgare delle origini,
provenzale, francese, italiana non ci sono brindisi. Non vi saranno per tutto
il Trecento: non negli stilnovisti, non in Dante, né in Petrarca. Il fenomeno
è in parte spiegabile: la letteratura nei nuovi idiomi aspirava a temi
più eletti e più originali dell'invito a bere. (Il medioevo ebbe
una straordinaria carica innovativa). Troviamo, d'altro canto, il brindisi nella
lirica in lingua latina della poesia goliardica, fiorita tra il 1100 e il 1230.
E' una rivelazione attesa. La
poesia del fin amor è invenzione tipicamente medioevale, mentre la lirica
in latino dei chierici ha una profonda tradizione classica. Già nel nostro
breve repertorio abbiamo incontrato Ovidio, chiamato Nasone, e quel gusto del
brindisi numerico, che fu di Marziale. Meno
spiegabile è l'assenza del brindisi in poeti come Cecco Angiolieri (celebre
la sua dichiarazione di felicità ne "la donna, la taverna e il dado")
e in Folgore da San Gimignano, la cui poesia comico realistica ha ricevuto un
indubbio impulso dalla poesia goliardica. Nemmeno Dante, che toccò "l'intera
gamma del reale, dal sublime all'abbietto" (Contini), compose un brindisi,
e nemmeno nelle petrose, quando la poesia dei goliardi non dev'essergli stata
sconosciuta. Dall'antichità greca e latina, i brindisi passano nella letteratura
moderna, attraverso il filtro della poesia mediolatina. POESIA
GOLIARDA (1100 - 1230)
I. Longissima
potatio sit nobis salutatio: et duret ista ratio per infinita secula.
Amen [Un brindisi lunghissimo sia per noi saluto: e duri questo uso per secoli
infiniti. Amen] II. Tempus
hoc laetitiae... Tempo è
di far baldoria, è giorno di letizia; or tutta l'aria suoni
di trilli e di canzoni. Dica ciascun dell'animo la gioia, ciascun s'agiti,
massime gli scolari che i dì di festa han cari. Oggi non penne
e codici ma de' pranzi il tripudio, e i versi di Nasone o d'altro
egual burlone. Checché dagli altri facciasi, amiam noi che siam
giovani! E col più della gente godiamo allegramente.
III. Ad primum morsum...
Se bevo un primo tratto e non seguito a
ber, son morto affatto; gongolo di piacere quando tracanno il secondo
bicchiere, ma penso poi che il vino nulla giova se il bever non è
trino. Se bevo quattro volte sento arzille le membra e sane e sciolte,
e alla quinta bevuta il vino ardor del sangue mi si attuta. La sesta poi
beato mi fa se me la ingollo d'un sol fiato, e la settima i sensi
mi predispone a godimenti immensi. L'ottava caccia via flemmoni e morbi
e simile genìa, e la bevuta nona a detta de' sapienti anch'essa
è buona; se dieci volte bevo trovo alfine nel vino il mio sollievo.
Pace il Signor deh dia a chi va pria dell'alba all'osteria!
Testo
e ricerche Luigi Borgo - copyright Santa Margherita S.p.a.
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