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L'ETERNO GOLIARDICO

L'amore per la conoscenza portava molti giovani ad entrare nell'ordo clericalis per acquisire lo stato di chierici, che permetteva loro di frequentare le prestigiose scuole, sorte in tutta Europa, nelle vicinanze delle grandi cattedrali. Ma il chierico non va considerato come un sacerdote o un monaco. La Chiesa gli concedeva un vita sufficientemente libera. In questa condizione i chierici potevano studiare e sentirsi lecitamente fieri della libertà, di cui godevano all'interno della rigida società medioevale. La loro era un'esistenza autenticamente eletta, lontana al tempo stesso dai lavori manuali quanto dal sangue delle guerre.
Ma la vera eccellenza del chierico stava principalmente nella natura della sua formazione. In nessun altro periodo la via dell'apprendimento fu così vicina al modello che, cinque secoli dopo, Graciàn sintetizzò in un efficace aforisma: "il processo di crescita dell'uomo moderno deve avvenire attraverso tre fasi: parlare con i morti, parlare con i vivi, parlare con se stessi", ossia studiando gli antichi, viaggiando e riflettendo. Esattamente questa era la vita dei chierici, che studiavano tanto le Sacre Scritture quanto gli antichi, (Virgilio, Orazio, Ovidio, Cicerone e Seneca, oltre che Aristotele e Platone), viaggiando in continuazione per le grandi città europee, acquisendo il meglio che in esse si insegnava (il diritto a Bologna, la teologia a Laon da Anselmo da Aosta, la medicina a Salerno, la magia a Toledo, le letture comparate di Sacre Scritture e filosofia naturale a Chartres dal grande canonista Ivo, la letteratura a Orleans, a Parigi la retorica, la teologia e, con Abelardo, la dialettica), e riflettendo continuamente al fianco del loro maestro, che vedevano direttamente impegnato nelle dispute (celeberrima quella tra Guglielmo di Champeaux e Abelardo per la cattedra di Parigi) o nei concili o nelle ambascerie.
Era una formazione prodigiosa e unica, all'ombra di quelle cattedrali che sorgevano in Europa e che segnarono un tempo di fermento culturale straordinario. Raramente in seguito l'esperienza di studio poté diventare un'esperienza di vita. Quei chierici, che successivamente presero il nome di chierici vaganti e poi di goliardi, furono uomini colti e di genio come Abelardo, come Ugo di Orleans detto il Primate, Gualtiero di Chatillon, Pietro di Blois, l'Arcipoeta di Colonia, Filippo il Cancelliere, in sé non diversi dagli scapigliati milanesi di fine Ottocento, dai poète maudit francesi, da quei giovani americani che, tra le due guerre, corsero a Parigi per imparare a scrivere: Gertrude Stein, Anderson, Pound, Hemingway, Dos Passos, Eliot, Fitzgerald, Henry Miller.
E' la passione di bere con gli amici a rappresentare l'essenza dell'anima goliardica di ogni tempo.
Finita la lezione presso le aule della cattedrale, studenti e maestri continuavano a frequentarsi nelle taverne adiacenti, come, secoli dopo, artisti e intellettuali si sarebbero incontarti nei cafè di Boulevard Montparnasse. Oltre ai chierici nelle taverne vi era il resto della società medioevale. La taverna diventa un luogo magico di socialità. Studenti e maestri provenienti da tutta Europa si univano nel rito comune del bere. Molte poesie goliarde nascono da questi incontri, molte descrivono l'atmosfera di quelle osterie: sono canti spesso satirici, dai forti accenti morali contro la condotta del clero, o sono canti d'amore, di passioni carnali per le donne, oppure canti bacchici e gioiosi. Tra questi ultimi ci sono anche dei brindisi. La taverna, allora, diventa un cosmo a sé, in cui la rigida divisione in classi della società medioevale si infrange e dove l'ossessione dell'aldilà si spegne e si annulla nel gioco festoso, nella forza liberatoria del vino.

POESIA GOLIARDA (1100 - 1230)

I. O consocii...

O compagni di studio
e che dunque vi pare?
Che cosa avete in animo,
o compagni, di fare?
Orsù la lieta Venere si implori,
s'invochin delle sue Driadi i cori.
O compagni di studio
ecco il tempo giocondo:
i dì dolci dell'ozio
ritornano nel mondo;
degli studenti l'ilare drappello
gridi dunque l'evviva al sol novello.
Dal suo Nettuno frigido
fa Venere distacco,
e ritorna sollecita
agli amplessi di Bacco.
Fra i mille Dèi la Dea bacia quest'uno
che la tristezza abborre ed il digiuno.
Dunque noi che di lettere
tutti imbevuti siamo,
sotto il vessil di Venere
a militar corriamo,
ed il laico per noi sia come il bruto
che ad ogni arte gentile è sordo e muto.
O compagni di studio
a cor sempre vi stia
di servir Bacco e Venere;
e chi d'entrar desìa
fra quest'ottimo popol di studenti,
quegli ami e amar si faccia dalle genti.


II. In taberna quando sumus...

Quando siam dall'oste insieme,
della terra e che ci preme?
Ecco al gioco ognun s'affretta
né più d'altro si diletta.
Or convien che conto io dia
della vita d'osteria
dove il soldo è il gran coppiere;
state a udirmi per piacere.
C'è chi bee, c'è chi biscazza,
c'è chi in crapule gavazza.
Quei che giuocano, soventi
perdon anche i vestimenti.
Tal li vince che era sbricio,
resta all'un solo un cilicio;
qui nessun teme la morte
Bacco qui regna e la sorte.
Pria si beve a onor del vino;
indi beve il libertino
un bicchier pei prigionieri,
per i vivi tre bicchieri,
pei fedeli insiem congiunti
quattro, e cinque pei defunti;
sei ne bee per le donnette,
pei soldati ne bee sette;
otto poi pe' traviati,
ne bee nove per i frati,
dieci a onor dei naviganti,
un di più pei litiganti,
ne bee dodici pei rei
e un ne aggiunge pei romei;
poi pel papa e per il re
ciascun bee fin che ce n'è.
Bee madonna, bee messere,
beve il chierico e il cavaliere,
beve questo, beve quella,
beve il servo con l'ancella,
beve il lesto, bee lo stanco,
beve il negro e beve il bianco,
beve il fisso, beve il vago,
beve il rude, beve il mago.
Beve il povero e il malato,
l'esule beve e l'ignorato,
bee chi nasce, bee chi muore,
beve il parroco e il seniore,
beve l'uomo, beve la donna,
bee la madre, bee la nonna,
bevon borghi, bevon ville,
bevon cento, bevon mille.
I quattrini, ahimè, ben poco
san durar, quando per gioco
senza limite né meta
ciascun beve a mente lieta.
Perciò l'oste ci divora
e noi siam sempre in malora.
Chi sì in basso ci sprofonda
Dio lo danni e lo confonda.


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