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EXCURSUS PERSIANO Nessun
poeta ha cantato il vino come Omar Khayyam, che il vino non avrebbe potuto bere.
La letteratura si nutre, non meno della vita, di potenti contraddizioni. Nelle
sue Quartine il vino è tema poetico, come non lo si trova in nessun altro
autore delle letterature occidentali. Omar Khayyam visse in Persia nella seconda
metà del V secolo dell'Egira, equivalente all'XI secolo dell'era cristiana,
e vi morì all'incirca nell'anno 520 (1126 d.C.). Della sua vita si ignora
quasi tutto. Conosciamo soltanto che fu un buon matematico e un buon astronomo,
che si interessò anche di fisica, di medicina e di filosofia. E'
probabile che in vita fosse più valutato come scienziato, che come poeta.
Oggi, invece, le sue Quartine godono di grande e meritata considerazione. Leggendole
conosciamo una poesia che ci è vicina. Dov'è Dio nel caos del mondo,
si chiede in continuazione il poeta. Perché Egli non fa mai tappa in "questa
antica locanda, da tutti detta Mondo?" Perché l'anima e non il corpo
sarà eterno? Perché del perdono divino godranno solo "le ossa
tue putrefatte?" Alcuni hanno parlato di ateismo di Khayyam e lo hanno avvicinato
a Leopardi. Non è esatto. In
Khayyam Dio esiste. E' l'impossibilità di capire la divinità la
ragione prima del suo tormento, la ragione prima del caos che domina e svaluta
il mondo: "per due chicchi d'orzo, vendiamo il mondo, a chi lo vuole".
A fronteggiare il suo pessimismo spesso Khayyam si appella al vino: "bevi
il vin ch'è licore di vita immortale", bevi il vino e sii felice,
bevilo in compagnia di una bella fanciulla e sii felice: "ogni cosa, sulla
terra, finisce nel nulla; poiché tu sei, sii felice". Alcuni studiosi,
leggendo questi versi, hanno ricordato il nome di Orazio. La considerazione è
plausibile. Quasi tutti i suoi brindisi invitano a godere dell'istante, quale
sola certezza dell'uomo. OMAR
KHAYYAM (1060 ca. - 1126)
I. Vieni, o coppiere, e porta, pel
nostro cuore (sciogli con la bellezza tua il nostro difficil problema)
porta un'anfora di vino, che ne brindiamo insieme prima ch'anfore facciano
della nostra argilla nera. II. Poiché nessuno risponde,
ahimè, del domani rallieta dunque, oggi, questo triste cuore. Vino
bevi al chiaro di luna, o Luna, ché la luna molto ancor brillerà,
e noi non troverà sulla Terra. III. Come il tulipano
d'Aprile prendi in mano la coppa rotonda se hai la fortuna di startene con
una guancia di rosa. Bevi vino in letizia, ché questo antico cielo
crudele d'un tratto dell'alto tuo cuore farà bassa polvere e terra.
IV. Io nulla so, non so se Chi m'ha creato m'ha fatto
per Cielo o m'ha destinato all'Inferno. Ma una coppa e una bella fanciulla
e un liuto sul lembo del prato per me son monete sonanti: a te la cambiale
del Cielo! V. Da quando la Luna e i Pianeti comparvero in cielo
nessuno vide mai cosa più dolce di purissimo Vino. Pien di stupore
son io pei venditori di vino, ché quelli che cosa mai posson comprare
migliore di quel ch'han venduto? VI. Dicono: ci saranno, dopo,
il Paradiso e le fanciulle. Dicono: ci saranno, laggiù, e vino e latte
e miele. Che male v'è allora se, qui, ci scegliamo vino e amanti
quando, alla fine di tutto, così sarà ancora? VII.
Con bella fanciulla in riva al ruscello, e vino, e rose, finché
m'è concesso, godrò in pura letizia. Finché fui, sono,
e sarò in questo mondo ho bevuto, bevo e berrò sempre del vino!
Testo e ricerche Luigi Borgo - copyright Santa
Margherita S.p.a.
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