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L'UOMO CHE SA RESISTERE
Naufrago
e solo, Odisseo è giunto a Scheria, città dei Feaci, soccorso sulla
spiaggia da Nausicaa, figlia del re Alcinoo "dalla mente divina". Da subito Omero
ci rivela l'eccellenza del popolo feace, la perfezione delle sue genti e della
sua corte. I Feaci ignorano che cosa sia la guerra combattuta, conoscono solo
quanto gli canta l'aedo, rievocando la memoria antica dei loro avi. I Feaci furono
guerrieri, ma ora sono grandi navigatori, grandi atleti, campioni nell'arte della
danza. Odisseo riceve gli onori riservati ad un re in quella terra di pace, serena
e feconda, da molti identificata come isola, anche se in nessun verso Omero la
chiama così. Al termine
della lieta sosta di Odisseo presso Alcinoo troviamo uno dei brindisi più
belli e intensi della nostra raccolta. Odisseo finalmente è sul punto di
salpare, di ritornare a Itaca. In questo brindisi - brindisi di congedo da amici
cari e creditori - egli rivela i valori supremi di quell'affetto familiare e domestico,
per cui ha resistito a tutto. "Sii felice, regina, per tutta la vita, fino a che
giungano la vecchiaia e la morte, che sono comuni agli uomini. Io parto: ma tu,
in questa casa, goditi i figli, il tuo popolo, il re". Questa è la verità
suprema, il sapere più alto di Odisseo. Dopo aver conosciuto le crudeltà
della guerra, il dolore per gli amici morti, le gioie fugaci della vittoria, le
futili malìe della gloria e della fama; malgrado le seduzioni di Calipso,
di Circe, del canto "dolcissimo" delle sirene; malgrado il fascino giovane di
Nausicaa, bella come le dee del cielo, che lo desiderava per marito, Odisseo non
aspira che al ritorno, non crede che alla felicità, ordinaria, della famiglia.
Odisseo che resiste alla
seduzione femminile non è, in sé, diverso da Socrate, che resiste
alla seduzione di Alcibiade, il più bello tra i giovani greci. Ovviamente
in Socrate non c'è la ragione della famiglia. C'è, invece, la morale
- tipicamente socratica - di eleggere la propria condotta a primo esempio (e quindi
insegnamento) di arete, di virtù. Socrate resiste alla bellezza di Alcibiade,
poiché Alcibiade, interessato più alla politica che al miglioramento
della propria anima, "tradisce" l'insegnamento socratico, perdendosi nel "nulla"
di tutto ciò che non è filosofia. Nel Simposio di Platone, Socrate
è l'uomo che resiste. Lo è, perfino, sui poteri inebrianti del vino.
C'è un brindisi straordinario in questo dialogo. Alcibiade, "ubriaco fradicio",
arriva nella casa di Agatone, dove vi è in corso un simposio sul tema dell'amore.
Per discutere con misura e intelligenza, su consiglio del medico, Erissimaco,
i simposiasti si sono dati una misura nel bere, vietandosi "l'ubriacatura, che
non è nulla di buono per gli uomini". Nell'atto di brindare, come d'incanto,
Alcibiade recupera la sobrietà. L'uomo
che resiste, che resiste in nome dei suoi principi, dei suoi più profondi
ideali, è l'uomo certo, l'eroe massimo del modello occidentale.
OMERO
(IX secolo a.C. ca.)
Odissea,
Canto XIII, 41 - 63 O
Alcinoo potente, fra le tue genti famoso, dopo aver libato, lasciatemi andare:
che io abbia fortuna, e siate felici anche voi. E' tutto pronto quel che voleva
il mio cuore, la scorta, i doni carissimi (me li rendano fausti gli dei del cielo).
Al mio ritorno, possa io ritrovare a casa la nobile sposa con tutti i miei cari.
E voi che rimanete, possiate fare la gioia delle vostre spose, dei figli, che
ogni sorta di beni gli dèi vi concedano, e nessun male capiti al popolo.
Così parlò, e tutti
approvarono ed esortavano a far partire l'ospite, che in modo giusto aveva parlato.
Allora il re Alcinoo disse all'araldo: Pontonoo,
nella coppa grande mescola l'acqua col vino e, nella sala, versalo a tutti affinché,
dopo aver invocato il padre Zeus, lasciamo che l'ospite torni alla terra dei padri.
Disse così, e Pontonoo mescolava
con l'acqua il vino dolcissimo, e a tutti uno dopo l'altro, lo distribuiva: seduti
sui seggi, essi libarono agli dèi beati che il vasto cielo possiedono.
Si levò invece il divino Odisseo, nelle mani di Arete pose la coppa a due
anse e le rivolse queste parole: Sii
felice, regina, per tutta la vita, fino a che giungano la vecchiaia e la morte,
che sono comuni agli uomini. Io parto: ma tu, in questa casa, goditi i figli,
il tuo popolo, il re". PLATONE
(428 a.C. - 347 a.C.) Simposio
Come si fu sdraiato riprese: Oh,
via, Signori: mi pare che ve ne siate all'asciutto. Non ve lo vogliamo permettere:
si deve bere: su questo siamo stati d'accordo. Arbitro della bevuta, fino a che
non abbiate presa la vostra parte, io eleggo me. Ma si porti qua, se c'è,
o Agatone, una coppa grande. Anzi non occorre. Ragazzo", disse, "dammi
quel vaso da ghiaccio. Ne aveva
adocchiato uno della capacità di più di otto còtile. Come
l'ebbe riempito lo vuotò prima lui; quindi ordinò che si mescesse
a Socrate e disse: "Tanto, con Socrate, cari miei, la trovata non mi vale.
Beve quanto gli si dice di bere e non c'è caso che si ubriachi. Come
il servo ebbe mesciuto, Socrate bevve. Ma Erissimaco: "Come vogliamo fare",
disse, o Alcibiade? Così?
non si dice nulla sul bicchiere, non si canta? proprio come gli assetati dobbiamo
bere?" E Alcibiade: "O
Erissimaco, ottimo figlio di ottimo e temperatissimo padre, salute!"
Salute anche a te!", rispose
Erissimaco... Testo e ricerche Luigi Borgo -
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