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| Brindisi |
| Ottocento - Novecento |
I TRE BRINDISI DEI PROMESSI SPOSI
C'è una curiosa corrispondenza nei
tre brindisi dei Promessi Sposi. Innanzitutto di luogo nel romanzo: uno sta all'inizio
(cap. 5), l'altro è circa a metà (cap. 14), l'ultimo quasi alla fine (cap. 34);
che diventa un piccolo repertorio di luoghi della storia: il palazzotto di don
Rodrigo, l'osteria Alla luna piena, una via di Milano nel turbine della peste;
che a loro volta diventano tre quadri sociali indimenticabili: fra' Cristoforo
a pranzo tra i notabili, Renzo alticcio tra la gente dell'osteria, ancora Renzo
sul carro dei monatti. Ciò che li accomuna è la situazione d'imbarazzo in cui
sono inseriti. Ne riportiamo il primo, pronunciato dal dottor Azzeccagarbugli,
dove sciaguratamente impiega nel luogo sbagliato la parola sbagliata, "carestia",
che gela don Rodrigo e i suoi ospiti. Ma ci soffermiamo per qualche riga sull'ultimo.
Renzo gira per Milano in cerca di Lucia. Una folla lo scambia per un untore. Renzo
reagisce. Impugna il "coltellaccio" che porta con sé, pronto ad affrontarli. Ma
improvvisamente scorge una fila di carri zeppi di cadaveri e d'istinto sceglie
di salirvi, finendo "sotto la protezione dei monatti" come se fosse "in chiesa".
La folla desiste e Renzo ringrazia chi l'ha ospitato. Inizia un breve dialogo.
Un monatto teme la fine della peste e con essa la fine del loro ruolo. Sbotta:
"hanno a finir prima loro che la morìa; e i monatti hanno a restar soli, a cantar
vittoria, e a guazzar a Milano. Viva la morìa, e moia la marmaglia! - esclamò
l'altro e, con questo bel brindisi, si mise il fiasco alla bocca, e, tenendolo
con tutt'e due le mani, tra le scosse del carro, diede una buona bevuta, poi lo
porse a Renzo, dicendo: - bevi alla nostra salute". Manzoni non lo rivela, ma
Renzo è schifato. Ringrazia, rifiuta, s'inventa una scusa per non bere. Come al
pranzo di don Rodrigo tra discorsi meschini e presuntuosi, come nell'osteria con
Renzo ubriaco, qui domina l'imbarazzo per il brindisi folle dei monatti, per quell'incomprensibile
volgarità che tante volte hanno le parole umane. ALESSANDRO
MANZONI (1785 - 1873) I Promessi
Sposi, Cap. V ... don Rodrigo, stimolato
anche da' versacci che faceva il cugino, si voltò all'improvviso, come se gli
venisse un'ispirazione, a un servitore, e gli accennò che portasse un certo fiasco.
"Signor podestà, e signori miei!" disse poi: "un brindisi al conte duca; e mi
sapranno dire se il vino sia degno del personaggio". Il podestà rispose con un
inchino, nel quale traspariva un sentimento di riconoscenza particolare; perché
tutto ciò che si faceva o si diceva in onore del conte duca, lo riteneva in parte
come fatto a sé. "Viva mill'anni don Gasparo Guzman, conte d'Olivares, duca
di san Lucar, gran privato del re don Filippo il grande, nostro signore!" esclamò,
alzando il bicchiere. Privato, chi non lo sapesse, era il termine in uso,
a que' tempi, per significare il favorito d'un principe. "Viva mill'anni!"
risposer tutti. "Servite il padre", disse don Rodrigo. "Mi perdoni"; rispose
il padre: "ma ho già fatto un disordine, e non potrei...". "Come!" disse don
Rodrigo: "si tratta d'un brindisi al conte duca. Vuol dunque far credere ch'ella
tenga dai navarrini?" Così si chiamavano allora, per ischerno, i Francesi,
dai principi di Navarra, che avevan cominciato, con Enrico IV, a regnar sopra
di loro. A tale scongiuro, convenne bere. Tutti i commensali proruppero in
eclamazioni, e in elogi del vino; fuor che il dottore, il quale, col capo alzato,
con gli occhi fissi, con le labbra strette, esprimeva molto più che non avrebbe
potuto far con parole. "Che ne dite eh, dottore?" domandò don Rodrigo.
Tirato fuor del bicchiere un naso più vermiglio e più lucente di quello, il dottore
rispose, battendo con enfasi ogni sillaba: "dico, proferisco, e sentenzio che
questo è l'Olivares de' vini: censui, et in eam ivi sententiam, che un liquor
simile non si trova in tutti i ventidue regni del re nostro signore, che Dio guardi:
dichiaro e definisco che i pranzi dell'illustrissimo signor don Rodrigo vincono
le cene d'Eliogabalo; e che la carestia è bandita e confinata in perpetuo da questo
palazzo, dove siede e regna la splendidezza". "Ben detto! ben definito!" gridarono,
a una voce, i commensali: ma quella parola, carestia, che il dottore aveva buttata
fuori a caso, rivolse in un punto tutte le menti a quel tristo soggetto; e tutti
parlarono della carestia. Qui andavan tutti d'accordo, almeno nel principale;
ma il fracasso era forse più grande che se ci fosse stato disparere. Parlavan
tutti insieme. "Non c'è carestia", diceva uno: "sono gl'incettatori".
Testo di Luigi Borgo - copyright Santa Margherita S.p.a.
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