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Brindisi
Ottocento - Novecento


PROCESSO AI TONI RISORGIMENTALI: IL CASO DANTE.

La letteratura del Risorgimento è la più lontana dalla letteratura del Novecento, che le succede. Ci sono più legami tra Eliot e Dante, tra Pound e Cavalcanti, tra Joyce e Omero, tra Svevo e Goldoni, che tra Montale e Carducci, tra Gadda e Foscolo, che Gadda chiamava, con ironia, il basetta. Nel XIX secolo cambia la figura del letterato. Sebbene da sempre il poeta fosse il simbolo della libertà e la poesia il mezzo, capace di elevare l'uomo al di sopra della realtà, nell'Ottocento il letterato assume un impegno più diretto, più esplicito per la causa politica. Si elegge a difensore del vero, a educatore del popolo. La sua missione è alta, redentrice: liberare il popolo dalla tirannia straniera. Con rare eccezioni, l'enfasi è il tono dominante: "Chi per la patria muor vissuto è assai/ la fronda dell'allor non langue mai;/ Piuttosto che languir/ sotto i tiranni/ è meglio morir/ sul fior degli anni" si canta nel duetto della Donna Caritea di Mercadante. La cosa è prevedibile. La poesia risorgimentale è una poesia della certezza. Il bene sta tra i patrioti e il male nell'invasore. Il poeta diventa vate: sacerdote della nuova Italia. E' una visione così assoluta che coinvolge anche Dante. Il suo universalismo, la complessità della sua opera si essenzializzano (e si ridimensionano) in un ispiratore della lotta politica, "profeta del Risorgimento". Monti e Foscolo lo citano ovunque, chiamandolo "ghibellin", lui che era un guelfo bianco; Leopardi compone una canzone per un monumento a Dante, che si doveva erigere in Firenze con pubblica sottoscrizione. Fino a Baudelaire la poesia è risorgimentale; fino a Joyce lo è la prosa, fino alla caduta del muro di Berlino lo è la storia. In una pagina straordinaria, Kundera racconta come tanti grandi letterati del nostro secolo caddero in gravi errori politici: Celine e Pound appoggiarono il nazi-fascismo; Majakovskij e Brecht appoggiarono il comunismo stalinista. L'elenco è più articolato, ma Kundera li assolve tutti indifferentemente. I loro errori politici - scrive - sono pregni di una coinvolgente "saggezza esistenziale". Con nessuna eccezione, l'inquietudine è il tono dominante.
Nel Risorgimento nessuno commise errori di valutazione politica. Il cambio di prospettiva del Carducci, da repubblicano radicale a cesarista monarchico, non è paragonabile al tradimento verso la rivoluzione comunista di un Gide. Dove l'uno mantiene immutato l'ideale: una grande nazione memore delle passate grandezze, l'altro lo muta: il bene riconosciuto come tale non è più la rivoluzione marxista. Per quanto possa sembrare un paradosso, questo è il limite della letteratura del Risorgimento e la grandezza della letteratura del Novecento. L'una, assolutista, pronta all'enfasi del certo, non è più una voce vicina all'uomo d'oggi, come invece lo è l'altra, inquieta, combattuta, gridata e fragilissima, contraddittoria. All'invito del Donna Caritea di Mercadante, il Novecento risponde, per voce di Montale: "non domandarci la formula che mondi possa aprirti/ sì qualche storta sillaba e secca come ramo./ Codesto solo oggi possiamo dirti,/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo".
Nel brindisi del Foscolo il discorso politico si fa discorso personale. Una minuta scena di brindisi allegri si chiude nella consapevolezza triste di essere un uomo senza patria. Il tema dello sradicamento dalla propria terra, che diventa poi annullamento degli affetti più profondi, tra tutti il ricordo, quella "celeste... corrispondenza d'amorosi sensi", quella "eredità d'affetti", che lega i vivi ai morti, dominante ne I Sepolcri, già del sonetto In morte del fratello Giovanni e A Zacinto: "O materna mia terra; a noi prescrisse/ il fato illacrimata sepoltura", c'è tutto nel nostro brindisi dall'Ortis.


3. UGO FOSCOLO (1778 - 1827)

Le Ultime lettere di Jacopo Ortis, 12 novembre

Jeri giorno di festa abbiamo con solennità trapiantato i pini delle vicine collinette sul monte rimpetto la chiesa. Mio padre pure tentava di fecondare quello sterile monticello; ma i cipressi ch'esso vi pose non hanno mai potuto allignare, e i pini sono ancor giovinetti. Assistito io da parecchi lavoratori ho coronato la vetta, onde casca l'acqua, di cinque pioppi, ombreggiando la costa orientale di un folto boschetto che sarà il primo salutato dal sole quando splendidamente comparirà dalla cime de' monti. E jeri appunto il Sole più sereno del solito riscaldava l'aria irrigidita dalla nebbia del morente autunno. Le villanelle vennero sul mezzodì co' loro grembiuli di festa intrecciando i giuochi e le danze di canzonette e di brindisi. Tale di esse era la sposa novella, tale la figliuola, e tal altra la innamorata di alcuno de' lavoratori; e tu sai che i nostri contadini sogliono, allorché si trapianta, convertire la fiducia in piacere, credendo per antica tradizione de' loro avi e bisavi, che senza il giolito de' bicchieri gli alberi non possano mettere salda radice nella terra straniera.
Frattanto io mi vagheggiava nel lontano avvenire un pari giorno di verno quando canuto mi trarrò passo passo sul mio bastoncello a confortarmi a' raggi del Sole, sì caro a' vecchi: salutando, mentre usciranno dalla chiesa, i curvi villani già miei compagni né dì che la gioventù rinvigoriva le nostre membra; e compiacendomi delle frutta che, benché tarde, avranno prodotto gli alberi piantati dal padre mio. Conterò allora con fioca voce le nostre umili storie a' miei e a' tuoi nepotini, o a quei di Teresa che mi scherzeranno dattorno. E quando le ossa mie fredde dormiranno sotto quel boschetto alloramai ricco ed ombroso, forse nelle sere d'estate al patetico susurrar delle fronde si uniranno i sospiri degli antichi padri della villa, i quali al suono della campana de' morti pregheranno pace allo spirito dell'uomo dabbene e raccomanderanno la sua memoria ai lor figli. E se talvolta lo stanco mietitore verrà a ristorarsi dall'arsura di giugno, esclamerà guardando la mia fossa: Egli egli innalzò queste fresche ombre ospitali! O illusioni! e chi non ha patria, come può dire lascierò qua o là le mie ceneri?

    O fortunati! e ciascuno era certo
    della sua sepoltura; ed ancor nullo
    Era, per Francia, talamo deserto
                Dante, Paradiso, XV.


Testo e ricerche Luigi Borgo - copyright Santa Margherita S.p.a.



 
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