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Brindisi
Ottocento - Novecento


METAMORFOSI DEL BRINDISI

Un solo aspetto ci fa sentire unita la letteratura italiana del XIX secolo. E' la comunanza del discorso politico, dominante in alcuni: Cuoco, Romagnosi, Cattaneo, Berchet; laterale in altri: Foscolo, Leopardi, Manzoni, Nievo, nei quali "il patriottismo ha un suo inconfondibile tono, perché in esso il senso e l'amore della Patria si legano, per mille varie implicazioni, a tutta la vita affettiva e morale dell'uomo" (Petronio). Al di fuori del discorso politico, Leopardi e Manzoni difficilmente possono essere considerati figli della stessa temperie culturale. Eppure sia l'uno che l'altro non furono indifferenti alle sorti della Patria. Diversi in tutto, c'è una partecipazione politica comune. Questo è l'Ottocento. Dai più grandi poeti, fino agli autori minori delle novelle in versi (Grossi, Benzone, Tedaldi-Fores, Cantù), o delle ballate (Berchet, Biava, Berti, Carrer); dai memorialisti (Albrizzi, Pellico, Settembrini, Abba, Padula) al teatro lirico (Verdi, Rossini, Bellini, Donizetti), alle poesie per il canto (Bosi, Fusinato, Mercantini, Mameli, tra le quali, musicata da Michele Novaro, c'è anche il nostro inno nazionale) tutto si accomuna nel segno della Patria. Il brindisi non ne è immune. Da gioco erudito o pretesto di satira sociale del Settecento, diventa nel nuovo secolo brindisi politico: "e si facevano brindisi alla libertà, all'uguaglianza, al trionfo della Francia, alla repubblica e alla pace universale" e un centinaio di pagine più avanti: "le bombe piovevano sulle casematte mentre noi facevamo un brindisi col Malaga alla fortuna di Bonaparte", scrive Nievo ne Le Confessioni di un Italiano.
Nei brindisi alla Patria i toni più frequenti sono quelli dell'ironia, della speranza, dello sconforto. Giuseppe Giusti, Carlo Porta e Ugo Foscolo ce ne hanno dati uno per tipo. Anzi Giusti è l'autore, oltre a quello da noi scelto, di altri quattro. Il brindisi a Girella è il più noto. La dedica è a Telleyrand. Giusti satireggia sui volta bandiera, sugli opportunisti politici. Assolutamente simpatici sono pure il Brindisi per desinare alla buona e il Brindisi, entrambi sul valore della semplicità d'animo: "razza burlevole/, che non dà retta/ ai gravi ninnoli/ dell'etichetta", dice di sé e degli amici suoi. Infine, sempre con lo stesso titolo I brindisi, egli riscrive da Omero alla Bibbia la storia umana, come storia del buon bere: "Narra l'antica e la moderna storia/ che i gran guerrieri, gli uomini preclari,/ eran famosi per la poppatoria;/ tutto finiva in cene e in desinari:/ e di fatto un eroe senza appetito/ ha tutta l'aria d'un rimmichionito". Efficace la chiusa, in cui assolve il mondo dal peccato della gola: "Allegri, amici: il muso lungo un palmo/ tenga il minchio che soffre d'itterizia;/ noi siamo sani, e David in un salmo/ dice Servite Domino in laetitia;/ sì, facciam buona tavola e buon viso,/ e anderemo ridendo in Paradiso". Al Manzoni piacquero. Ne apprezzava la sintassi toscaneggiante, che invece non piaceva al Tommaseo, il quale lo rimproverava di usare una lingua troppo rabesca. Dietro a questi toni satirici, a questo spirito godereccio, si cela un animo malinconico, un uomo non di buona salute. Nel luglio del 1843 un gatto, supposto idrofobo, si avventò contro il poeta. Egli si turbò a tal punto che ebbe disturbi epatici e d'intestino, tanto gravi da condurlo, in breve tempo, a morte.


6. GIUSEPPE GIUSTI (1809 - 1850)

Brindisi

Ma eh? l'Italia,
paese sfatto,
rifarsi a sorgere
tutto a un tratto!
Un servo, un misero
branco di gente,
chiamarsi libero
liberamente!
Fare alla semplice,
in comitiva,
anzi in famiglia,
a suon d'evviva!
Roba, crediatemi,
che a farla altrove,
le cose andrebbero
non si sa dove!
Di qui le prediche
di certi tali;
di qui la posola
di radicali;
di qui dipingerci
tutti a soqquadro,
e in buoni termini
gridarci al ladro.
Perché ci sentono
rozzi e sbrigliati,
bella! Ci accusano
de' lor peccati!
Inetti a muoversi
senza che il mondo
s'empia di scandali
da cima a fondo,
non v'ha da essere
nell'universo
gente da scuotersi
a modo e a verso!
Così dissemina
frode e bugia
la giornalistica
saccenterìa:
così manipola
dubbi e sospetti
la rabbia in maschera
de' Gabinetti!
O porca invidia,
che covi in mezzo
al diplomatico
pettegolezzo,
e, pronta a rodere
Stato e Governo,
contrasti ai popoli
l'amor fraterno;
crepa di rabbia
per questa volta:
a noi lo spirito
della rivolta,
che altrove soffia
odio e furore,
spira concordia,
letizia e amore.

dal nostro canto,
spente le borie,
le ciarle e l'ire,
di farla libera
senza arrossire.
Vedete? All'ultimo
son furbi i buoni:
le vere bestie
sono i bricconi.
Quelli che infuriano
sopra gli oppressi,
in fondo, ammazzano
sempre se stessi.
Perché si veggono
talor festanti
tiranni, ipocriti,
ladri e furfanti,
altri bestemmia
la gente onesta,
e il lato nobile
di sé calpesta.
Altri sgomentasi
di fare il bene,
altri si sdraia
sulle catene.
Oh viltà d'animo
sfibrato e gretto!
O cieca nebbia
dell'intelletto!
Non vi sgomentano
stragi e rapine?
Vergogna! Alzatevi!
Mirate il fine.
Le vere vittime
da compatire
sono i carnefici,
lasciate dire.
Oh perché cessano
le voci liete?
In tanta gioia
di che piangete?
Perché di subita
mestizia oppresso,
sento le lacrime
sgorgare io stesso?
Per man de' barbari
Pavia, Milano,
vedete, grondano
sangue italiano!
Ma zitto...
di far confronti
là via, finiamola,
chiudiamo i conti.
Tutti teniamoci
senza clamori
la nostra gloria,
i nostri errori:
ognun del proprio
abbia dicatto
a casa propria,
e il saldo è fatto.
Senza confondersi,
giuriamo intanto
noi galantuomini


Testo e ricerche Luigi Borgo - copyright Santa Margherita S.p.a.



 
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