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Brindisi
Ottocento - Novecento


AL BIVIO DELLA POESIA

In una lettera a Louise Colet del 18 settembre 1846 Flaubert scriveva con ironia: "Comporre semplicemente versi, scrivere un romanzo, scalpellare il marmo son cose che andavan bene una volta, quando non c'era la missione sociale del poeta. Ora ogni opera deve avere il suo significato morale, il suo ben dosato insegnamento; bisogna che un sonetto abbia una portata filosofica, che un dramma pesti le dita ai monarchi e che un acquarello ingentilisca i costumi. L'avvocatume s'insinua dappertutto insieme con la smania di discutere, di perorare e arringare". La poesia del Risorgimento è al suo punto di svolta. Essa, come dire, ritorna all'uomo, dimenticando il popolo. E' un processo lento. Un certo vatismo rimarrà ancora a lungo: D'Annunzio, la retorica fascista, quella antifascista, quella anticomunista. Baudelaire è il primo artefice di questa svolta. Egli sostiene l'arte per l'arte. E' una formula cara a tanti grandi: Flaubert, Gautier, Poe, anche Wilde. L'arte viene liberata da ogni funzione utilitaristica. La poesia è disciplina autonoma, perfezione assoluta. Ella è come i fiori - I fiori del male, appunto - che nascono dal sottosuolo, dagli inferi, dal peccato, dall'imperfezione, ma che in sé sono bellezza. Eliot definì Baudelaire: "il più grande esempio di poesia moderna in qualsiasi lingua": Michel Butor: "il perno attorno a cui la poesia ruota per diventare moderna". Baudelaire cambiò il soggetto della poesia. Diede spazio al ridicolo, al basso, al grottesco. Ricorse alla prosa. Liberò il verso dalla rima e dagli accenti. Svincolò l'immaginazione dalla razionalità. Scoprì la potenza dell'analogie, che chiamò corrispondenze. Sostenne l'importanza basilare di un'ispirazione controllata, la necessità di una rigorosa composizione. La poesia doveva essere precisa: "ho cercato l'esattezza dei pensieri" dirà Valéry, continuandone la lezione.
Di questa svolta, la nostra antologia porta una prova a favore tratta dalla sezione Il vino dei I fiori del male; e una, ma non tra le più evidenti, contro, Brindisi di Aprile di Carducci.


7. CHARLES BAUDELAIRE (1821 - 1867)

L'anima del vino, da I Fiori del Male

Nella bottiglie, a sera, l'anima del vino
cantava: "O uomo, dalla mia prigione
di vetro e ceralacca, sventurato che amo,
ti giunga una fraterna, luminosa canzone!
Lo so quanto sudore e quanta pena
e fiammeggiar di sole sull'ardente collina
servano a darmi l'anima e la vita:
ma io non sarò ingrato, né maligno,
perché immensa è la gioia di cadere
nella gola di un uomo sfibrato dal lavoro,
e nel suo caldo petto so scavarmi una tomba
ben più dolce di un'algida cantina.
Non senti, nel mio seno palpitante,
squillare le domeniche, trillare la speranza?
I gomiti sul tavolo, la giubba sbottonata,
celebrerai contento la mia gloria;
a tua moglie estasiata ravviverò lo sguardo,
la forza e il colore restituirò a tuo figlio;
per quel fragile atleta della vita
sarò l'olio che assoda le braccia ai lottatori.
E in te mi spargerò, seme prezioso
gettato dall'Eterno, ambrosia vegetale,
perché dal nostro amore sprizzi la poesia
verso Dio, come fiore inaudito!"


8. GIOSUE' CARDUCCI (1835 - 1907)

II. Brindisi d'aprile

Quando su l'elci nere
e i mandorli novelli
tripudia de gli augelli
il coro nuzial,
e son le primavere
per le colline apriche
occhi di ninfe antiche
che guardano il mortal,
e il sol d'un giovenil
riso i verzier saluta
e pio sovra la muta
landa s'inchina il ciel,
e il fiato de l'aprile
move le biade in fiore
come un sospir d'amore
di nuova sposa il vel:
sobbalza allor di palpiti,
sente le sue ferite,
il tronco de la vite,
de la fanciulla il cor;
quella spira odorifere
gemme a la fredda scheggia,
questa desio lampeggia
nel vergine rossor.
Allora a l'aer tepido
tutto fermenta e langue,
entro le vene il sangue,
entro le botti il vin.
Tu senti de la patria,
rosso prigion, desio;
e l'aura del natio
colle sommove il tin.
Di pampini giuliva
la dolce vite è là,
tu qui ne' lacci... Oh viva,
viva la libertà!
Andiamo, il prigioniere
andiamo a liberar;
facciamolo nel bicchiere
rivivere e brillar,
brillare al colle in vetta,
brillare in faccia al sol:
ribaci lui l'auretta,
riveda egli il magliol.
E tu arridigli, o sole. Ei di te nacque
ne' dì che ad Opi t'infondevi in seno:
de i doni suoi la vita egra compiacque,
come te ardente, come te sereno:
quando tu disparisti, ed ei soggiacque
prigion celeste in carcere terreno:
bagna i tuoi raggi nel gentil vermiglio,
bacia, sole immortal, bacia il tuo figlio.
Vermiglio questo; ma quell'altro è biondo
come la chioma tua, lene Agieo,
come le ninfe che inseguivi al mondo
su le rive felici di Peneo,
allor che il ionio spirito giocondo
d'ogni splendida cosa iddio ti feo:
ora le forme belle han tolto esiglio;
bacia, sole immortal, bacia il tuo figlio.
Unico ei resta, o sole; ed io d'amore
unico l'amo, o biondo siasi o nero.
Biondo, è la luce che da i nervi fuore
sprizza del canto il creator pensiero;
nero, è il buon sangue che di fondo al cuore
ne i magnanimi fatti ondeggia altero:
versa al biondo i tuoi raggi ed al vermiglio,
bacia, sole immortal, bacia il tuo figlio.


Testo di Luigi Borgo - copyright Santa Margherita S.p.a.



 
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