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| Brindisi |
| Quattrocento - Cinquecento |
LE FACEZIE DI UN PRETE MOLTO STRANO
Un giorno, ci racconta Lorenzo, al
Piovano Arlotto riuscì il miracolo di fermare il sole, che era riuscito
a Giosuè. Con un suo compagnone dormì per due giorni di fila. Avevano,
leggermente, abbondato con il vino. Passata la prima notte riuscirono a svegliarsi,
ma levatisi dal letto scambiarono l'armadio per la finestra e visto tutto ancora
buio, ripresero il sonno. Sarebbero stati a dormire in eterno, se un vicino non
li avesse chiamati: "e così il terzo giorno risuscitorno". Il
Piovano Arlotto ebbe una certa fama nel Quattrocento. Oltre al Magnifico, lo ricordò
anche il Pulci e il Poliziano. Per i più fu un prete burlone, (Arlotto
significa sudicione ingordo), come ce n'erano tanti nella letteratura popolare
del tempo. Il giudizio non è del tutto centrato. Il Piovano fu un prete
dotato d'ingegno sottile con una natura d'animo buona e caritatevole. Certo era
astuto, tuttavia "mai ingiuriò persona, mai non voleva parlare se
non ragionamenti piacevoli e grati alle genti". Era insomma un buon prete
di campagna, con la straordinaria capacità di esprimere, in modo elementare,
la saggezza popolare. "Amore di puttana, carezze di cane, amicizia di preti,
inviti di osti, non puo' far che non ti costi". Il vero nome del Piovano
Arlotto fu Arlotto Mainardi (1396 - 1484). Una volta diventato prete ricevette
dal papa Martino V la pieve di S. Cresci a Maciuoli, non lontana da Vaglia del
Mugello, in cui era nato. La pieve era in stato di abbandono, ma il Piovano riuscì
a risollevarla e a farla prosperare. I maligni dissero che fosse il commercio
la sua vera vocazione. Più volte lo si trova lontano, e per interi anni,
dalla pieve. Vi sono testimonianze che lo danno in viaggio da Firenze a Bruggia
(Bruges), dove teneva i suoi traffici. Non commerciava tuttavia per il proprio
guadagno, ma per la sua chiesa e per aiutare i suoi fedeli. In una pagina delle
Facezie si dice del suo incontro con l'ombra di Leonardo Bruni, politico e grande
umanista, morto da poco e ancora in attesa di giudizio. Con semplicità
il Piovano gli dimostra come la morte trionfi su tutto, anche su ciò che
il Bruni e i migliori spiriti del suo tempo hanno considerato di maggior valore,
la conoscenza. Averi e saperi non ci seguono nell'altro mondo. Non c'è
la minima vena di sconforto in queste parole. Il tono è altro da quello
della ballata del Magnifico. Il Piovano non ha dubbi: la vera vita è quella
indicata da fra' Iacopone, che disse (il verso è quasi sicuramente spurio)
"tanto è mio quanto io godo e do per Dio". All'invito, in sé
malinconico, di godersi la giovinezza che fugge e svanisce in un lampo del Magnifico,
il Piovano suggerisce di godersi tutta la vita con misura nello spirito cristiano
di carità. 1. PIOVANO
ARLOTTO (1396 - 1484) Facezia
XLVI, Alla medesima cena Quella
sera era a quella cena il migliore vino che avessi Firenze, perché in vero
messere Carlo in tutti i suoi processi fu uno uomo da bene e molto magnifico;
e cordialemente amava messere Falcone d'una certa benivolenzia e vera amicizia
avevano insieme lungo tempo fa. Per la
nobiltà ed eccellenzia del vino, e perché aveva sete, e ancora perché
la vecchiaia concede più di bere che di mangiare, il nostro Piovano fischiava
bene e senza zufolo, e ispesseggiava, i' dico col bicchiere. Cognobbe
bene in sé il Piovano che e' beeva troppo e anche s'accorse che messere
Falcone e messere Carlo e chi era a tavola se n'era avveduto; disse:
"Voi guardate, ché 'l mio bere troppo,
e non pensate alla sete che io ho. Non ve ne fate maraviglia: io venni questa
notte da Pisa in su 'n una iscafa su per l'Arno, che portava sale, e dormì'
in su uno di quelli sacchi di sale che m'ha tanto risecco dentro che io non mi
caverò la sete di questi otto dì, e per ventura tocca a messere
Carlo questa prima sera.
Testo e ricerche Luigi
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